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Archive for dicembre 2014

Cari amici, da ex magistrato che si è occupato di terrorismo di ogni genere, voglio informare gli italiani che gli attentati contro la linea ferroviaria Firenze Bologna, sono atti gravi ma non sono opera dei No Tav, ma atti della stretegia della tensione per criminalizzare i movimenti No Tav

(Ferdinando Imposimato)

Un giudice che giudica senza conoscere i fatti, mostra di essere un pessimo giudice.

Lostesso vale per il mestiere dello storico:

Moro Imposimato

Imposimato ha usato dei testimoni per il suo libro senza ogni spirito critico, perche gli piacevano le storie, che racontavano:

Puddu rispose che era di Gorizia…era stato per 4 anni istruttore nella base di Gladio a Capo Marrargiu in Sardegna». Spiegazione ritenuta sufficiente da Imposimato, tanto da definire Puddu «fonte straordinaria di informazioni di ogni genere», sulle quali il magistrato ha costruito le sue ipotesi, ispirando ad alcuni deputati l’idea di una nuova Commissione d’inchiesta monocamerale sul caso Moro. E Antonio Esposito, presidente di Sezione della Cassazione noto oggi per altre vicende, nella prefazione a «I 55 giorni», scrive: «Le rivelazioni di questi due militari (Ladu e Puddu) sono troppo convergenti, coincidenti in tutto e per tutto: troppo dense di particolari, troppo piene di formidabili riscontri, tutti puntualmente verificati dall’autore (sic), sì che ad esse deve attribuirsi la massima attendibilità, credibilità e veridicità». Un infortunio a catena. Ma le informazioni dell’ex brigadiere devono risultare a Imposimato particolarmente affascinanti.

Un altro gladiatore e un altro documento, infatti, rivestono un ruolo non secondario nello scenario da lui dipinto. Parliamo di Antonino Arconte, a cui nel libro «I 55 giorni», è dedicato il capitolo «Chi sapeva del sequestro?». Arconte, anni fa, produsse un documento su carta del Ministero della Difesa datato 2 marzo 1978, a due settimane dall’agguato di via Fani e definito «a distruzione immediata» ma magicamente conservato. In esso si parla della «liberazione dell’On. Aldo Moro». Imposimato non si è soffermato troppo sulla veridicità del documento, funzionale alla sua tesi, ovvero Andreotti e Cossiga conoscevano con ampio anticipo ciò che sarebbe accaduto. È fuor di dubbio che, come sarebbe stata opportuna una verifica sull’identità di Oscar Puddu, sarebbe ora necessaria una perizia tecnica sul documento di Arconte.

(Gabriele Paradisi – Il Tempo)

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Quindi, ricapitolando: gli Usa erano d’accordo e lo erano perché ritenevano, come hanno pi volte detto, che l’Italia avesse bisogno di un ricambio molto profondo nella sua classe dirigente e di riforme sociali e politiche molto urgenti. Il Pci secondo loro aveva tutte quelle risorse, ma non poteva essere utilizzato finché non si fosse data la condizione principale: uscita dall’orbita dell’Urss, ingresso nell’orbita della Nato. Per questo era stata prevista una “road map” che avrebbe dovuto portare al risultato, sotto la gestione e il controllo del garante scelto da tutti, Aldo Moro.

Si verificarono tutte le condizioni politiche per l’inizio dell’operazione con un governo sostenuto dall’esterno dal Pci, cui sarebbe dovuto seguire un ingresso organico. Leone fu costretto a fare fagotto lasciando il posto libero e Moro, il giorno in cui fu rapito per essere poi ucciso, stava andando alla Camera per ratificare l’accordo che tutti attendevano.

Gli unici che detestavano quell’accordo erano ovviamente i russi che esercitarono ogni sorta di pressione sul Pci affinché non rompesse la sacra alleanza con Mosca.

E qui siamo dunque al “cui prodest”. Se c’era un fine politico nel rapimento Moro, a chi sarebbe convenuto? Indovinate un po’.

(Paolo Guzzanti)

Per me quel fine politico non c’era.

Non ho avuto le stesse opportunita di studiare le carte e sopratutto di conoscere certi personaggi personalmente come Paolo Guzzanti (il quale io ammiro molto).

Pero lostesso magari un punto di vista da fuori puo aiutare:

Per eliminare Moro avrebbe bastato a farlo amazzare da qualche killer, una azione molto meno rischiosa e complicata di un sequestro.

I terroristi europei (non solo quelli di sinistra, ma anche certi di destra) erano stati addestrati dai servizi del est (non direttamente dal KGB, ma come nel caso del Italia nella CSSR, il gruppo di Hoffmann in un campo della PFLP).

Lo scopo era la destabilizzazione delle democrazie europee, anche se la “controinformazione”, che c´era gia dall’inizio ha riuscito di propagare il contrario con la leggenda della “Strategia della tensione” o “Strage di stato”

Per far funzionare il “Cheguevarismo” pero si doveva dare ai vari gruppi la sensazione della propria indipendenza, con il aiuto dato sempre senza chiedere un contro-favore diretto.

Se i servizi avessero dato ordini diretti avrebbero distrutto il incanto della lotta cheguevarista.

Quello che era successo a Moro era sucesso pure a Schleyer in Gemania.

Gli terroristi parecchie volte avevano sequestrato politici per liberare i loro compagni imprigionati.

A un certo punto si doveva fermare questo sistema del ricatto, che in Germania significafa il sacrificio di Schleyer.

Con un amico di partito coinvolto in Italia la decisione di rifiutarsi al ricatto era ancora molto piu drammatica e traumatizzante.

Il gruppo di Carlos (che esisteva solo dopo la morte di Haddad) non controllava altri gruppi, ma era il unico gruppo terrorista di mercenari, a chi i servizi potevano dare ordini diretti.

La strage di Bologna e analoga ai atti terroristici compiuti dal gruppo Carlos/Weinrich in Francia dal 82 al 84.

Ustica e analoga a Lockerbie e Niger, compiuti dai servizi libici.

Questi atti non erano classici atti terrostici come quelli die palestinesi, che volevano che tutti sapessero subito chi e perche era stato terrorizato, ma sempre azioni, che avevano il scopo a rendere felice il mandante, che in tutti questi casi molto probabilmente era stato Gheddafi.

La dipendenza economica e la unica spiegazione logica dei depistaggi svolti dopo Ustica e Bologna.

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Giangiacomo Feltrinelli lascia Milano il 5 dicembre 1969, il giorno dopo essere stato interrogato dal giudice Amati nell’ambito del processo sui precedenti attentati anarchici (è accusato di falsa testimonianza) e dopo che – proprio nel corso di quell’interrogatorio – la sua posizione si è aggravata.

Davanti al giudice l’editore non ha escluso di aver ricevuto volantini di rivendicazione delle bombe anarchiche ma ha affermato di «non poterlo sapere con precisione».

Secondo le notizie di cui viene in possesso l’Ufficio Affari riservati, Feltrinelli si sarebbe imbarcato su un volo per l’Egitto: il che tra le tante versioni fornite renderebbe plausibile quella che lo vuole, quando scoppia la bomba nella Banca dell’agricoltura, ad Amman in un campo d’addestramento del leader palestinese George Habbash.

Se l’assenza di Feltrinelli da Milano il giorno della strage sia una prova inconfutabile della sua innocenza oppure sia un alibi precostituito, eÁ questione che non è mai stata affrontata.

Subito dopo la strage Feltrinelli torna a Milano ed è un uomo sconvolto.

Si rivolge agli ex comandanti partigiani, quelli che sono stati i capisaldi dell’apparato clandestino parallelo, come Cino Moscatelli (audizione dott. Allegra). Ma viene messo alla porta bruscamente. è a questo
punto che Feltrinelli si affida alla struttura occulta di Potere operaio per passare clandestinamente la frontiera con la Svizzera.

EÁ il primo gennaio 1970: da questo momento e fino alla notte fra il 14 e il 15 marzo 1972 (quando morira a Segrate mentre sta innescando alcune cariche di espolosivo) Feltrinelli si muovera sotto la copertura di almeno cinque identitaÁ false diverse e secondo le regole della clandestinita.

Perche uno degli uomini piuÁ ricchi del mondo dopo la strage di Milano si è dato alla latitanza, conclusa sotto il traliccio di Segrate? A questa domanda nessuna delle risposte date finora è credibile. Non è credibile la spiegazione della fuga per il timore di un imminente colpo di Stato: Feltrinelli aveva terminali molto attenti dentro Botteghe Oscure dove, come vedremo presto, non c’era alcun vero allarme per tale eventualita.

(Commissione Parlamentare sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi)

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La svolta decisiva alla pista nera è impressa da Alberto Sartori, ex comandante partigiano del Pci fino alla meta degli Anni ’60, esponente di spicco del Partito comunista d’Italia marxista-leninista, che l’editore «neofascista» Giovanni Ventura ha voluto a tutti i costi a capo della sua azienda tipografica Litopress.

Il 26 aprile 1971 Sartori spontaneamente si presenta dal giudice Stiz e consegna al magistrato alcuni «documenti riservati», veline dei servizi, di cui, sostiene, è in possesso Giovanni Ventura.

Il principale artefice del decollo della pista nera merita un ritratto a sè, che forniremo nel prossimo capitolo. In realta quei documenti, su esplicita richiesta di Giovanni Ventura, sono stati forniti ad Alberto Sartori dal «conte rosso» Pietro Loredan, anche lui con una buona fama di ex partigiano.

Nel 1958 Sartori rientra in Italia e torna a fare politica attiva nel partito e nell’Anpi. Nel 1964 abbandona il Pci nel nome della «Resistenza tradita» (tra gli ex partigiani ha un certo seguito), secondo la sua versione.

Il 15 settembre del 1966 è tra i fondatori a Livorno del Partito comunista d’Italia marxista-leninista.

Tra l’estate e l’autunno del 1969 è assunto da Giovanni Ventura come responsabile della tipografia Litopress che dovra stampare opere di contenuto marxista-leninista e che, secondo le assicurazioni date da Ventura, ancora prima di nascere ha buone prospettive di ottenere importanti appalti da case editrici come la Lerici vicina al Psi.

Prima di Ventura, Alberto Sartori ha conosciuto il conte Pietro Loredan, detto il «conte rosso», uno dei finanziatori della Litopress, il quale propugna la necessita che fascisti e veri comunisti si alleino per fare la rivoluzione: poi a gestire il Paese ci penseranno i comunisti «che sono gli unici capaci di farlo».

Il conte Loredan, definito dall’Unita «un romantico idealista», è un personaggio che entra ed esce dalle indagini su alcuni degli episodi piuÁ oscuri di quel periodo.

Quando le cose si mettono male, anche lui per alcuni anni si eclissera in Venezuela. Oltre a frequentare neofascisti ed excomandanti partigiani, è comunque in buoni rapporti con il partito comunista.

Talmente buoni che nel maggio del 1973 avvertira con 48 ore di anticipo sulla progettata strage alla questura di Milano il segretario della federazione trevigiana Ivo Dalla Costa, il quale informera tempestivamente due dirigenti di Botteghe Oscure, Giancarlo Pajetta e Alberto Malagugini, ma senza sortire alcun risultato.

Quanto ai due protagonisti per eccellenza della pista nera Franco Freda e Giovanni Ventura non tutto è chiaro. Di Franco Freda sono conosciute le simpatie filonaziste, il suo telefono sotto controllo almeno dal settembre del 1969.

Giovanni Ventura invece viene da una militanza nelle file giovanili del Msi, da una famiglia di destra ma ha ottime entrature nel Partito socialista e amicizie che contano anche nella sinistra della Dc.

Ma Giovanni Ventura attraverso Pietro Gamacchio, socio fondatore della Litopress insieme allo stesso Ventura, è in contatto anche con gli ambienti che ruotano attorno a Giangiacomo Feltrinelli.

Tutti questi contorni non solo sono rimasti sfuocati ma sono stati ingoiati dal buio mentre i riflettori sono stati tenuti costantemente accessi sulla pista nera.

(Commissione Parlamentare sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi)

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Vi sono state, pero, anche «controinformazioni» meno note ma piu mirate, come quella (esplicitamente rivendicata, come tale, da un gruppo della sinistra extraparlamentare, ma compiuta da un ex-partigiano espulso dal PCI per sospetta collaborazione con l’Intelligence Service britannico) tendente a indirizzare le indagini su Piazza Fontana verso il Servizio Informazioni Difesa tramite i rapporti di Giannettini (un informatore infiltrato negli ambienti della destra extraparlamentare) dei quali uno degli imputati, l’editore Ventura, possedeva copia.

Com’è ben noto, Giannettini si dette inizialmente alla latitanza con il sostegno del SID, ma ottenne il proscioglimento definitivo prima degli altri coimputati al processo di Catanzaro.

L’effetto di quella «controinformazione» ha resistito all’assoluzione di Giannettini, perche, anche nella piu recente letteratura sulle stragi, il suo caso viene ancora utilizzato per accreditare la tesi della «strage di Stato». Infatti, uno dei pochi «depistaggi» effettivamente accertati, e l’unico per il quale fosse una diretta responsabilita politica, riguardo proprio la risposta negativa fornita dal Govemo all’autorita inquirente circa la sua a di informatore del SID.

(Commissione Parlamentare sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi)

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Occorre, finalmente, riconoscere che la verita sulle stragi è stata ostacolata non solo dai «depistaggi» (ben pochi dimostrati, il resto ipotizzati presunti) di «settori deviati» degli apparati di sicurezza, ma anche dalla massiccia «controinformazione» sferrata, da ambienti della sinistra extraparlamentare, alcuni dei quali contigui al nascente «Partito Armato».

Va, infatti, ricordato e sottolineato che «controinformazione» non è un concetto innocente, bensa un termine tecnico della «guerra psicologica» (Psychological Warfare) e della «guerra con le informazioni» (Information Warfare). L’impiego di un tale concetto è scarsamente compatibile con l’intento dell’indagine storica, giudiziaria e parlamentare che è quello di giungere alla verita. Esso sembra, invece, implicare proprio l’intento opposto, e cioe quello di impedire il raggiungimento della verita, demolendo cio che puo accreditarla e fabbricandone una fittizia: prassi che si rischia di legittimare ogni qualvolta la verita viene connotata da aggettivi relativizzanti, quali veritaÁ «politica» e veritaÁ «giudiziaria».

La prima e piu famosa «controinformazione» italiana, modello di tutte le altre e addirittura di un certo tipo di giornalismo, è il famoso saggio La strage di Stato, opera di un comitato originato dalla preesistente associazione Giuristi Democratici, che, sin dal 1966, aveva cominciato a raccogliere documenti sui gruppi e sulle attivitaÁ illegali dell’ambiente neofascista.

La vastissima diffusione del saggio e l’azione coordinata dal «Movimento dei giornalisti democratici per la liberta di stampa» hanno indubbiamente contribuito a demolire la cosiddetta «pista anarchica» e ad aprire la «pista nera», nonche a far emergere gli inquietanti collegamenti tra gli ambienti neofascisti e settori degli apparati di sicurezza.

E singolare che nessuna delle responsabilita e delle ipotesi indicate nel saggio ha potuto essere confermata in sede giudiziaria. Che cio non sia imputabile a «depistaggi» emerge dal fatto che la «pista nera veneta», seguita dalle successive indagini su Piazza Fontana inclusa la piu recente, è del tutto diversa da quella «romana» ipotizzata nello stesso saggio.

(Commissione Parlamentare sulla mancata individuazione dei responsabili delle stragi)

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