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Archive for aprile 2011

All’indomani della strage di Bologna, il Quirinale di Sandro Pertini non escluse la pista del terrorismo straniero, lamentando la presenza di agenti «libici, palestinesi e cecoslovacchi» in Italia e attribuendo tali infiltrazioni all’«eccesso di tolleranza» dei governi a guida democristiana «nei confronti del terrorismo di destra e di sinistra».

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1395&ID_sezione=58&sezione

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1980 la Libia era il maggior fornitore di petrolio dell’Italia, e l’Italia il primo partner commerciale della Libia.

Migliaia di italiani lavoravano nel paese africano, centinaia di imprese italiane eseguivano le commesse richieste dallo Stato Libico, fra le quali le più importanti aziende pubbliche e private di praticamente tutti i settori industriali e commerciali.
Da 1/3 alla metà di quello che la Libia incassava con la vendita di petrolio, stimata quell’anno in 18/20 miliardi di $, veniva in Italia.

Nel 1980 inoltre tutte le industrie militari italiane, quasi totalmente in mano pubblica (tutte tranne due, la Iveco (camion) e la Beretta (pistole e fucili), avevano in corso importanti commesse per le forze armate libiche. La cosa era di mole tale che, alla fine del 1980 l’Italia risulto` essere il maggiore esportatore di armi della CEE. ( Italia 113 Ml. di ECU, Germania 99, Olanda 76, Francia 39 )

Il sospetto che qualche maligno ha pur avuto che tutto questo vorticoso giro di miliardi (di dollari) si tramutasse anche in giganteschi finanziamenti alla quasi totalità delle forze politiche italiane è stato nettamente smentito dal fatto che le vicende giudiziarie che presero il popolare nome di “tangentopoli” non hanno mai rivelato episodi di questo genere.

In sostanza non abbiamo avuto una tangentopoli Italo-Libica, segno che almeno in quel settore era tutto trasparenza e rettidudine.

Non abbiamo che da compiacercene.

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Anche se non crediamo alle ragioni umanitarie della guerra in Libia, non possiamo non ricordare chi è stato Mu’ammar Gheddafi e quali sono stati i suoi rapporti con l’Italia.

Più precisamente: non possiamo dimenticare il più che probabile coinvolgimento libico nella strage alla stazione di Bologna.

Il nostro Paese, superata la crisi diplomatica seguita alla cacciata degli italiani dalla Libia, iniziò bene presto a stringere rapporti economici con Tripoli: la Libia divenne il principale fornitore di petrolio (con una media di trecentomila barili di combustibile al giorno) e la FIAT superò le sue difficoltà economiche grazie all’immissione di ingenti capitali libici. Una rinnovata amicizia tra Roma e Tripoli suggellata, nel 1971, dall’intervento del SID teso a sventare, a Trieste, un tentativo di rovesciamento della presidenza di Gheddafi, organizzato dalla Gran Bretagna tramite un gruppo di esuli libici.

I rapporti si incrinarono in seguito alla morte di Moro, quando l’Italia mutò indirizzo strategico, tornando ad una politica estera fedele ai dettati di oltreoceano, abbandonando quella tendenza autnomista che aveva permesso a Roma di intrattenere rapporti con i paesi arabi (Mattei docet).

La situazione degenerò quando, nel silenzio della stampa italiana, il premier maltese Dom Mintoff e il sottosegretario italiano agli esteri Giuseppe Zamberletti si apprestavano a sottoscrivere un trattato che decretasse l’allontanamento dei libici dalla piccola isola. Una mossa che attirò le ire di Gheddafi (già preoccupata dallo schieramento dei missili a Comiso): il direttore del Sismi Giuseppe Santovito (affiliato alla P2, e coinvolto nei depistaggi delle indagini su Bologna), nei giorni precedenti l’accordo, provò ad avvertire Zamberletti che si stava esponendo il paese a gravi rischi, ma qualche giorno dopo ritrattò queste sue dichiarazioni.
 
Ad ogni modo, i suoi consigli rimasero inascoltati: il 2 Agosto a La Valletta l’accordo fu firmato mentre a Bologna saltava in aria la stazione ferroviaria.
 

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